Niente è più difficile che essere un pittore figurativo. Ciò che appare facile a chi guarda, per la quotidiana consuetudine con i soggetti e gli oggetti rappresentati, richiede una meditazione, una riflessione superiore. Così la scommessa di Alberto Ceccaroni è la definizione di una immagine assoluta, attraverso una progressiva rarefazione della fenomenicità delle cose. La sua visione non è né fotografica né iper-realistica; è invece espressione di una grande limpidezza intellettuale, di una meditazione lenta sulla possibilità di costruire un’atmosfera e un’emozione attraverso il disegno. Nel silenzio e nella desolazione della notte questo sensibilissimo artista romagnolo trova l’indicazione primaria di ciò che gli è necessario. Nasce l’immagine e non chiede altri contenuti che quelli della stessa realtà da cui nasce. L’equivoco del realismo, in Ceccaroni, nasconde un’intima propensione a cogliere l’essenza del reale. Ogni quadro è un progressivo avvicinamento a una verità imperscrutabile. Ceccaroni non dipinge persone o cose ma teoremi. Il quadro è un teorema dimostrato. Se osserviamo i suoi dipinti intuiamo l’esistenza di altri protagonisti misteriosi, dissimulati sotto una diversa forma, evidenziando più che l’oggetto lo spazio che lo contiene, con una quasi religiosa esecuzione sostanziate di raffiche di prelibatezze cromatiche e di gustosità papillari.
Devo sottolineare che, nella loro essenzialità, i quadri di Alberto Ceccaroni non sono affatto letterari, sono anzi opere assolutamente visive che non hanno bisogno altro che di se stesse per comunicare emozioni. Ma le comunica nella sfera della letteratura, come se fossero delle massime o dei piccoli saggi piuttosto che dei quadri; e ne avessero la medesima densità concettuale. E senza smettere di essere prima di tutto dei quadri. Infatti è solo dal non essere che si realizza l’essere. Ecco, Ceccaroni fa letteratura, costruisce concetti con la pittura. In un quadro egli si misura con le più arcane e profonde riflessioni del pensiero umano andando oltre se stesso, rinunciando a mostrare la realtà apparente (che pur celava una profonda sostanza) per dirigersi subito all’essenza, al noumeno. Abbiamo di fronte un abisso di forma, un vortice di vuoto, una grafica proiezione dell’anima.
Troppo facile, dunque, dipingere ciò che c’è, ciò che si vede, occorre cogliere ciò che sta dietro le cose, come l’ombra che si stampa su un muro, segnale di chi vede e non si vede; ed essa stessa esiste e non esiste. E dunque ridurre a un velo gli oggetti, scioglierli dalla corporeità, trasformarli in entità che hanno l’apparenza laconica dei corpi reali, in visioni, in fantasmi nel vuoto. Ed è un vuoto, che irradia luce. Questa è la componente più misteriosa dell’opera di Ceccaroni: tutto ciò che è semplice e quotidiano diviene pretesto per evocazioni, si volge dalla dimensione fisica a quella metafisica; e il realismo diventa il metodo privilegiato della visione. Una concretezza che brucia, che si dissolve, che si fa incandescente. Assai raramente un artista figurativo ha saputo essere così problematico, così filosofico, così limpido e insieme enigmatico. E la nostra curiosità delle sue immagini non si consuma, ma sembra potenziarsi nella ripetitività, nella varietà del tema che affronta. Tutto si compie nell’equilibrio supremo dello sguardo, in quella luce, in quello spazio, teatrino inanimato della vita.
Andrea Diprè

